La scuola mi ha dato prima di tutto il senso di appartenere a una comunità…mi ha dato amici stupendi…mi ha dato…Dario Diaz racconta
Ricomparvi però magicamente quando l’autobus, il pomeriggio, uscito dal deposito tornò a scuola a riprendere i bambini e quando vidi mia sorella salire sull’autobus (lei già frequentava le elementari) fu un abbraccio liberatorio ma fu anche il mio ultimo giorno all’asilo.
Suona strano dire di aver bei ricordi legati alla scuola avendo avuto una overture del genere, eppure pur essendo stato come studente un autentico asino, quindi con tutti i drammi che questo comporta - pagelle impresentabili, professori sconcertati da questo ragazzo così poco gestibile, ritardi e assenze non giustificate eppure spesso perdonate dal preside Shaumann, uomo di rara tenerezza – ho sempre amato la mia scuola. Perché? Ricominciamo dall’inizio, ovvero dalle elementari, forse si capirà.
La mia maestra si chiamava Flack, amabilissima.
E la mia innamorata - anche se lei non lo sapeva - si chiamava Miriam Norsa.
In classe ricordo Jossi Bauer, Giancarlo Jarach, Lia Levi, Leslie Agiman, Naim Behar, Claudia Barda, Roberto Segrè che aveva una sorella maggiore molto simpatica, Colette e i cui genitori avevano una Citroen nera secondo me bellissima - poi Isacco Israelovic, Renata Conforti...
L'insegnante di ebraico era un tipo molto stravagante che ci accusava di essere un po' "figli di mamma", forse aveva ragione. Lui veniva da Israele e si chiamava Ben Shalom: ci faceva un po’ paura ma anche ci piaceva per la sua bizzarria.
Ci parlava spesso, nel suo terribile italiano, della guerra d’Indipendenza alla quale aveva partecipato e noi lo guardavamo ammirati con gli occhi grandi così.
Una volta, molto arrabbiato con me (non ricordo perché, ma so che capitava con un tipo come me) mi versò nel collo parte dell'acqua contenuta in una boccia di vetro che conteneva due pesciolini. Per fortuna i pesci – ancora più stupiti di me - si salvarono.
In prima media ero compagno di banco di Edoardo Lutwak (poi divenuto docente di storia a Oxford e più avanti consulente della Casa Bianca durante il regno di Bush e spesso presente in vari talk show televisivi italiani), anche lui mediocre studente. Passavamo il tempo a disegnare navi da guerra su quaderni a quadretti, lui preferiva le portaerei; anche a me piacevano le portaerei ma avevo difficoltà a disegnare gli apparecchi (imparai a farli solo verso la fine dell’anno), così il mio quaderno era pieno di corazzate.
Il leader della classe ai miei occhi era Paolo Alasraky bravo in tutto e la ragazza che amavo era sempre Miriam Norsa, anche se lei non lo sapeva.
Ricordo il professor Foà, affascinante: lui portava spesso un pullover blu sotto la giacca. Il golf aveva il collo a punta, solo che lui lo metteva al contrario così che sembrasse un golf a girocollo, cosa che lui preferiva. Ci raccontò di questa sua stravaganza una mattina in classe, e ci mostrò con la massima naturalezza il suo modo di indossarlo. Questo ci piacque e molti di noi lo imitarono.
Molte mamme non vollero capire questo tocco di classe.
![]() Da sinistra: Jack Coen, Maurizio Bondi, Marina Finzi, Dario Diaz, |
In prima ragioneria (come c'ero arrivato non so) ero in classe con Miro Silvera, Gabriele Levi, Anita Stern, bellissima (dove sei Anita!?), e altri 3,4 ragazzi/e di cui non ricordo più il nome (scusatemi). I professori: Cividali, buono, gentile, tollerante e spiritoso ma noi eravamo delle vere teste di rapa. La deliziosa, adorabile minuta vecchietta signora Gugghenheim, che insegnava francese e si addormentava in classe, io le volevo bene come a una bisnonna e avrei tanto voluto evitarle i nostri schiamazzi per farla svegliare di soprassalto. La signora Pagani la mamma di Herbert ci insegnava ebraico. Il professor Foà matematica e fisica, e quando nessuno era preparato per l'interrogazione in fisica con Foà, io spesso mi offrivo volontario pur non sapendo niente; facevo questo per ritardare ai miei compagni e, per qualcuno, evitare l’interrogazione. Avevo il 3 assicurato ma mi sentivo un eroe. Una di queste volte il professor Foà mi chiese di parlargli delle pompe idrauliche. Io per quanto riguardava le pompe ero a conoscenza solo di quelle delle biciclette e quindi pensavo che ovviamente si riferisse a quelle, che magari si potevano anche chiamare idrauliche non so; così cominciai la mia dimostrazione di fisica disegnando una pompa di bicicletta sulla lavagna e descrivendo le varie funzioni delle sue varie componenti: fu un successo di pubblico straordinario, i miei compagni, pur sforzandosi di non farlo, esplosero in risate totalmente fuori controllo. Ebbi il mio consueto 3 ma raccolsi fama a palate e il sorriso ironico del professore. |
In quell'anno e poi anche in quelli a venire si facevano molti party (allora si diceva feste) e stringevamo le ragazze (e loro noi) accompagnati dalle canzoni di Paul Anka, Neil Sedaka, Peppino Di Capri ecc. e ci si innamorava tanto. Poi alle gite, a bordo degli autobus, ci si baciava e qualche volta anche qualche cosina di più... bellissimo.
I miei amici più cari diventarono a quel tempo Gianfranco Eminente, Vittorio Nahum, Miro e Carlo Silvera, Jack Coen, Jeky Menda e fra le ragazze Silvia Nagel, Dalia Dvelaikis, Mirella Dayan, Marina Finzi e Stella Levi.
Si giocava a calcio appena possibile, anche durante l'intervallo di pranzo. Tra i migliori calciatori metterei Gabriele Levi, Jack Coen e Jeki Menda; tra i peggiori avranno sempre posto nella squadra della memoria Gianfranco Eminente e Alberto Hazan.
Una delle cose più curiose della scuola di via Eupili - a mio parere - era il campo di palla a volo in cortile, che invece di essere un rettangolo era quasi un triangolo, perché il muro di cinta tagliava irregolarmente lo spazio del cortile, così che una squadra giocava in un campo stretto, mentre l’avversaria giocava nel largo. Ma non ci si faceva caso.
Non è certo tutto e neanche quasi tutto, ma questo può dare un'idea del mio tempo nella scuola ebraica, una strana e straordinaria scuola che aveva anche classi composte da soli tre studenti e credo anche da uno solo se non sbaglio: una terza ragioneria frequentata solo da Emma Golstaub.
Qualcuno si chiederà: “ma dopo tutti questi divertenti insuccessi, poi della tua vita cosa è successo? Alla fine cosa ti ha dato la scuola ebraica?”
Rispondo.
Oggi, dopo essere nato tempo fa, si tratta del 29.12.1942, posso dire che la scuola mi ha dato prima di tutto il senso di appartenere a una comunità e ha definito la mia identità, di cui l’ebraismo era una parte che poi nel tempo si è fatta sempre più importante. La scuola mi ha dato inoltre amici stupendi che tuttora frequento, uno di questi, Miro Silvera, mi ha insegnato a leggere i libri e questo, ne sono certo, ha fatto molto per la mia vita.
La scuola mi ha dato anche un grande amore, di cui non dirò ma che fu per la mia vita una cosa bella e importante.
La scuola mi ha dato Israele dove, nel 1967, andai come volontario. Non contribuii molto alla vittoria, dato che per fortuna quando arrivai io era già tutto finito e impacchettato, ma in compenso raccolsi molte pesche.
Poi nel gennaio del 1969 diventai un copywriter, quelli che scrivono testi per la pubblicità, e poi direttore creativo di importanti multinazionali della pubblicità. Le mie campagne più ricordate sono Ciribiri Kodak, Yomo con Beppe Grillo, Heineken, la scultura di Modigliani (la beffa dei ragazzi di Livorno) per Black e Deker.
Ho vinto molti premi per la creatività e anche due Leoni al festival della pubblicità di Cannes. Questo dei premi e dei leoni lo dico non tanto per farmi bello, ma per dare una speranza a tutti gli asini del mondo e dire loro che si può avere qualche buon voto nella vita, anche se la pagella non prometteva nulla di buono.
Ho una moglie, una figlia e un nipote di 9 mesi e dal 2006 tengo lezioni di comunicazione pubblicitaria in vari Master, università e scuole. Ho appena pubblicato un libro che si chiama Mi dia un’idea di 18 cm – ovvero la pubblicità come non scienza - Excogita Editore.
Se lo comprate grazie, sarete fra i pochi, ma sarà comunque un merito in più che darò alla mia piccola e amata scuola ebraica di via Eupili 6 Milano.
Dario Diaz




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