Era importante perciò che il bambino imparasse bene a parlare, a leggere e a scrivere in tedesco. In quella scuola feci le prime tre classi, e avrei continuato a frequentarla, se il governo della Germania non avesse esteso anche alle scuole tedesche all'estero il divieto di accogliere allievi e insegnanti ebrei. Perciò nel 1937 passai ad una scuola comunale, e se fino allora ero rimasto in un ambiente di maestri e scolari tedeschi., dovetti cimentarmi con un mondo nuovo, tutto italiano: maestri, scolari e lingua. E mentre nella scuola tedesca facevo spicco come ebreo, qui ero diverso in quanto "tedesco". Riuscii a integrarmi rapidamente, ma l'idillio durò un anno soltanto, e le leggi razziali italiane mi costrinsero nuovamente a cambiare scuola.

Nell'anno scolastico 1938/39, la quinta elementare di via Eupili era governata dalla signorina Scaramella. Che per me bambino era una personalità talmente imponente – anche per via dell'enorme gozzo, che nascondeva avvolgendo al collo un fazzoletto - che di quella classe e di quell'anno non ricordo altro che lei che troneggiava in cattedra e fulminava con lo sguardo e con la voce chiunque osasse "disturbare".
Nell'anno seguente passai in prima ginnasio, sotto l'egida della signorina Jacobi (chiamata da noi "Jacobina") che insegnava diverse materie, Con lei cominciammo a imparare il latino, che mi ha subito entusiasmato. La signorina Dreyfus insegnava il francese, e lo insegnava così bene che lo ricordo ancora oggi. Elisa Levi insegnava matematica, Elsa della Pergola geografia, e Davide Schaumann ci spiegava il nostro ebraismo. Ricordo parecchi dei miei compagni di classe, anche se dei più mi sono rimasti soltanto i nomi. Li elenco in ordine alfabetico, come si usava ogni mattina quando si faceva l'appello: Roberto Alhadeff, Aurelio Ascoli, Elsa Besso, Elio Cittone, Davide Danon, Graziella Falco, Elsa Gani, Beniamino Levi, Donatella Levi, Ida Lombroso, Federico Mizrachi, Ruggero Morello, Emilia (Millina) Morpurgo, Franco Morpurgo, Diana Mortara, Guido Perugia, Federico Pollak, Lucia Roditi, Renato Rossi, Lucia Sadun, Roberto Sciaky, Rosa Sternberg, Giorgio Sussmann, Miriam Ventura, Emilio Vita-Finzi. Credo che ci siano tutti. Molti sono passati in un mondo che spero migliore, ma con alcuni mantengo ancora rapporti di amicizia, dopo quasi settant'anni.
 
Durante le vacanze fra la prima e la seconda ginnasio, mio padre fu arrestato (come ebreo straniero) e, dopo una sosta di sei settimane a San Vittore, fu mandato al campo di concentramento di Ferramonti (Cosenza). Tornò, per fortuna, sano e salvo... dopo cinque anni. Ed io fui nuovamente "diverso", stavolta come figlio del deportato. Quell'anno feci la mia "bar-mitzva". Fu Schaumann stesso che mi preparò a cantilenare il brano di Torah che dovevo leggere al tempio di via Guastalla. E i miei compagni di classe, sapendo che eravamo alle strette per l'assenza del padre, mi regalarono una somma di denaro che mi permise di comperare un bellissimo orologio.
Seconda e terza ginnasio – c'era la guerra, il cibo era scarso, c'erano tante restrizioni, e altre in particolare per gli ebrei – ma almeno noi non avevamo un padre o un fratello al fronte. E anche mio padre, internato in un campo di concentramento italiano, pareva non venisse maltrattato – a giudicare dalle lettere che potevamo scambiarci. Potevamo dunque studiare, e anche coltivare amicizie e amoretti.
La quarta ginnasio – anno scolastico '42-'43 – fu punteggiata, e poi tempestata, dai bombardamenti su Milano. E la scuola di via Eupili, e anche la nostra classe, cominciò a sfoltirsi. Le famiglie "sfollavano", lasciavano Milano per altre città o cittadine meno minacciate dalle "fortezze volanti". Le lezioni procedevano a singhiozzo. Mia madre, mio fratello ed io "sfollammo" a Como.
Poi vennero il 25 luglio, l'otto settembre, la calata dei tedeschi, la caccia agli ebrei, il "si salvi chi può". Noi scappammo in Svizzera, ne fummo cacciati, e alla fine trovammo rifugio a Lambrate. Fino al 25 aprile 1945.
 
Dopo, avrei dovuto tornare a scuola, ma non ne avevo voglia. Troppe cose mi erano successe in quei due anni, e non riuscivo a vedermi seduto al mio banco in classe, in attesa dell'interrogazione. Fu un periodo di confusione, dove tentai vie diverse. Tuttavia feci anche qualche capatina a scuola, ma fuori dalle regole. Andavo a sentire soltanto le lezioni di chimica del professor Schreiber ("Cosmo") e quelle di filosofia del preside, il professor Colombo. Ci andavo perché mi piacevano quelle materie e il modo in cui venivano insegnate. Non ero iscritto fra gli allievi, non avevo diritti, né doveri. Il professor Colombo mi chiamava "portoghese".
Poi, fra via Eupili e via Unione (chi ricorda che cos'era via Unione nel dopoguerra?) scelsi quest'ultima. Entrai nel movimento "Hechalutz", salii in Israele nel 1948, e per quarant'anni feci vita di kibbutz.

Oggi vivo con mia moglie (ex-eupilina) sulle colline che degradano da Gerusalemme verso la costa, faccio il traduttore, e mi godo figli, nipoti e bisnipoti.
Chi vorrebbe altri particolari, li può trovare sul libro che ho scritto "La lunga strada dal Reno al Giordano", edito dalla Giuntina nel 2008.
Tanti anni sono passati da quando ho lasciato la scuola di via Eupili, ma ancor oggi quel nome mi fa commozione, e se incontro uno dei vecchi eupilini, scocca subito una scintilla.
 
Arno Baehr
(Nataf – Israele)